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In Olanda e altri paesi del nord Europa è un pratica già utilizzata. Non si tratta di soluzioni di fortuna, né di nuovi modelli residenziali, ma di progetti ad alto contenuto sociale, pertanto da prendere seriamente in considerazione. A Milano la proposta è stata fatta a partire da un anno fa dall’associazione CantierIsola e da un gruppo di ricerca del dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano (www.temporiuso.altervista.org). Essa si basa su due presupposti fondamentali:

1) la presenza di estese aree dismesse in attesa di essere trasformate

2) l’esigenza di spazi per attività a contenuto sociale, dall’aggregazione giovanile, alla residenza per studenti, alla cultura e all’arte

A partire da queste premesse la proposta prevede la costituzione di progetti temporanei, attraverso la realizzazione di strutture a basso costo o mobili come i container, in collaborazione con le proprietà delle aree dismesse di Milano e provincia.

I benefici di progetti del genere sono abbastanza evidenti e vanno dal riqualificare – temporaneamente - aree non utilizzate o comunque utilizzate oggi in modo non convenzionale, al rispondere alla domanda di spazi per attività culturali giovanili, al rispondere ad una parte di domanda abitativa studentesca, in cerca di abitazioni a costo contenuto. I problemi però non mancano: occorre capire qual è la domanda e far incontrare domanda e offerta, operazione non di poco conto. Ma c’è un aspetto che a mio avviso va considerato: questi progetti devono sempre essere aggiuntivi e in nessun caso sostitutivi dei normali interventi di edilizia sociale, piuttosto che di servizi.

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Qualche mese fa abbiamo iniziato la raccolta firme, mossi dalla convinzione che a Milano ci sia l’esigenza da parte degli studenti, dei licei, ma soprattutto universitari, di usufruire degli spazi per studiare anche nei giorni festivi. Può apparire una cosa scontata, ma non lo è: a Milano la domenica non ci sono biblioteche aperte, fatta eccezione per alcuni spazi universitari di cui dirò dopo, e studiare può diventare un problema. E pensare che proprio la domenica è l’unico giorno a completa disposizione di molti studenti-lavoratori, motivo per cui un servizio in questo giorno della settimana diventa fondamentale, per garantire a tutti l’opportunità di studiare e di accedere al patrimonio a disposizione nelle biblioteche comunali.

Fin dall’inizio la raccolta firme ha riscosso apprezzamenti, studenti universitari e dei licei, giovani, ma anche semplici abitanti della città hanno aderito, sottolineando con convinzione come a Milano, come già avviene in altre città europee, aprire spazi comunali per lo studio anche la domenica sia uno sforzo cui la città non dovrebbe sottrarsi. Numerose richieste vengono dagli studenti fuori sede, tanto che abbiamo ritenuto opportuna anche un raccolta firme tra i non residenti a Milano, che riteniamo avere un importante valore politico, anche se non legale, in quanto per norma le 1000 firme necessarie per portare la proposta al consiglio comunale debbano essere di persone residenti.

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Riportiamo questo articolo di Repubblica del 21 marzo 2010, nel quale si cita la nostra raccolta firme sulle biblioteche.

Se in un negozio aumentano i clienti, normalmente il proprietario tenderà a assumere più personale e a tenere la bottega aperta più ore. Sembra logico. Invece le 24 biblioteche rionali milanesi ragionano esattamente all' opposto: a fronte di un continuo aumento di utenti, operano tagli drastici al personale e diminuiscono gli orari di apertura. Gli iscritti, in totale, sono passati dai 72.378 di fine 2008 a 78.198 di dicembre 2009: quasi 6mila persone in più in un anno, arrivando a un più 19% in tre anni. Nel frattempo, però, si taglia sul personale e dunque si risparmia sui fondi. I bibliotecari sono diminuiti tra il 2008 e il 2009 del 9,2%, e quest' anno con i nuovi pensionamenti si perderà un altro 4%. Il bilancio per le rionali, invece, in un anno è sceso di circa il 10%. E per il 2010 l' assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory dice: «I fondi vanno aumentati, ma per farlo bisogna toglierli altrove». Fino al 2001 le biblioteche di quartiere disponevano di un fondo garantito a bilancio del Settore centrale che distribuiva a ciascuna struttura zonale secondo le singole esigenze.

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