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Sempre più persone e famiglie sono alla ricerca di una casa a canoni accessibili. Si tratta di studenti, lavoratori precari, immigrati, giovani coppie che non possono permettersi né di pagare la rata di un mutuo per la casa in proprietà né di spendere 1000 euro al mese per un bilocale in affitto a mercato libero.

Le politiche per la casa hanno risposto tradizionalmente a questo problema in due modi:

1. per le situazioni più gravi con alloggi di edilizia residenziale pubblica (quelle che una volta venivano chiamate le “case popolari”)
2. per tutti gli altri casi favorendo l’acquisto di una casa in proprietà concedendo delle riduzioni delle imposte (detraibilità degli interessi sulla rata del mutuo e imposta di registro agevolata)

Queste due risposte sono oggi inadeguate e non funzionano più:

1. gli alloggi di edilizia residenziale pubblica sono pochi e già tutti occupati e mancano i soldi e la volontà politica di costruirne dei nuovi (dopo le esperienze degli anni ’60 e ’70 i quartieri di case popolari sono visti solo come un problema dagli elettori)
2. ci sono sempre più persone che hanno un bisogno “temporaneo” di casa: si tratta di studenti, lavoratori interinali, immigrati che ancora non sanno dove vivranno tra 2 o 3 anni. Per queste persone la casa in proprietà non solo è troppo costosa, ma è anche scomoda

L’Europa questa cosa l’ha capita da un pezzo: se a Milano solo il 20% delle abitazioni sono in affitto (e l’80% in proprietà), a Monaco di Baviera a Manchaster o a Lione è esattamente l’opposto: l’80% delle abitazioni sono in affitto e solo il 20% è in proprietà.

Per colpa di questa politica miope in Lombardia stiamo costruendo come dei pazzi: la corsa all’acquisto della casa ci porta al fenomeno delle seconde o terze case e, solo a Milano, l’ultimo studio pubblicato dal sindacato degli inquilini ha calcolato che esistono oltre 80.000 alloggi sfitti.

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1. Dire la verità su chi paga, chi riceve, e chi inquina

Il pubblico ignora sistematicamente alcune cose ovvie ed essenziali, che non interessa dire, e che persino molti media ignorano: quanti sussidi vengono erogati con i nostri soldi, e a chi vanno, quanto pagano i viaggiatori e quanto i contribuenti, quanto inquinano e come inquinano i trasporti.

Alcuni esempi banali: versiamo alle ferrovie e ai trasporti locali circa 10 miliardi di Euro l’anno, e ricaviamo dai trasporti stradali per via fiscale e tramite pedaggi circa 50 miliardi. Nulla di male, se questa fosse una scelta informata e trasparente. Ma certo così oggi non è. I trasporti stradali generano circa il 25% del CO2, ma se si mettessero tasse analoghe a quelle sulla benzina sugli altri inquinatori, si sentirebbero (e si sono sentiti da Confindustria), strilli fino al cielo.

2. Chiamare i pendolari con il loro nome, e aiutarli

I pendolari ferroviari sono meno del 10% del totale, poi vengono quelli che vanno in autobus, e la grande maggioranza deve andare in macchina (pagando tantissimo), e non per scelta, ma perché l’assetto del territorio e del mercato del lavoro non consentono tecnicamente altre soluzioni. Occorre aiutare tutti i pendolari, distribuendo le risorse pubbliche secondo queste proporzioni, e secondo il reale livello di disagio dei diversi modi di trasporto (ritardi dei treni, ma anche ritardi per code infinite…).

3. Smetterla di favorire i concessionari monopolisti (autostrade, aeroporti, ferrovie, trasporti pubblici locali). Se lo stato centrale non si muove, costituire un’Autorità indipendente di regolazione a livello regionale.

Se non c’è un forte difensore degli utenti e dei contribuenti che possa resistere alle non virtuose pressioni politiche, non c’è speranza né di equità né di efficienza nel settore dei trasporti. Si guardi per esempio la vicenda delle tariffe autostradali (galline dalle uova d’oro anche a livello regionale), o i costi del sistema ferroviario, o la scarsa concorrenza nel trasporto locale, o l’aumento arbitrario, pagato dagli utenti, per gli aeroporti, o la sistematica persecuzione delle compagnie low-cost (e i folli sussidi ad Alitalia), o la mancate liberalizzazione promessa per le rotte intercontinentali di Malpensa.

Tra i mali che affliggono i trasporti italiani, forse i peggiori sono le inefficienze nel caso di soggetti pubblici, o le rendite nel caso di soggetti privati non esposti a pressioni concorrenziali.

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Dovremo scegliere un giorno tra il benessere sfrenato di cui godiamo e la Terra. Non è una frase apparsa in sogno, ma la conclusione lapidaria e sofferta del video-documentario di Al Gore, “Una scomoda verità”.
Il nostro benessere economico è garantito da un ciclo continuo di produzione, consumo, investimento, nuova produzione e così via. E’ semplice (almeno nella teoria), circolare e garante della nostra ricchezza. A parte qualche scivolata come l’attuale crisi economica, è con questo sistema che i Paesi Occidentali possono vantare una qualità di vita così elevata. C’è un però, un dubbio, un “ma”. Cosa produce l’intero sistema oltre a beni e servizi? Gas, sprechi e materiali inquinanti. Qualcuno potrebbe pensare che adesso inizierò con la solita storia della CO2. E in effetti sarà proprio così.
Al Gore dimostra infatti, con dati scientifici alla mano, come l’effetto serra non sia né una fantasia, una paura, una menzogna (come molti per altro affermano), ma una delle sfide più grandi che il nostro mondo dovrà vincere. La correlazione molto stretta tra produzione e emissione di gas serra è conosciuta e riconosciuta da chiunque: è ovvia, lampante. Ma la correlazione tra questi gas e i fenomeni naturali a cui abbiamo assistito ultimamente si fa sottile, difficile da trovare. Dunque i fatti.

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