Uno dei diversi paradossi della politica italiana è che entrambi gli schieramenti in campo si proclamano riformisti. Da un lato vediamo il Partito Democratico che si è descritto come riformista fin dal 16 febbraio 2008 quando, con l’approvazione del “manifesto dei valori”, si è definito come “grande forza popolare, intorno alla quale si stavano raccogliendo le tradizioni culturali e politiche riformatrici del Paese”. Inoltre, in occasione della conferenza stampa post sconfitta elettorale del 15 aprile 2008, fu l’allora segretario dei democratici Walter Veltroni a dichiarare che con il 33,1% dei voti il riformismo italiano aveva “raggiunto il suo massimo storico”.
D’altro canto però anche il partito avverso, il PDL, non intende abbandonare la caratterizzazione riformista. Nell’incontro con i giornalisti in seguito alla vittoria delle elezioni politiche del 2008, Silvio Berlusconi utilizzò l’aggettivo riformista per descrivere il Popolo delle Libertà. Non solo, è nata da poche settimane la fondazione politica “Riformismo e Libertà” di Fabrizio Cicchitto, il capogruppo alla Camera del partito di maggioranza, che, nel proprio statuto, ritiene l’esperienza di Forza Italia, ovvero uno dei soggetti che hanno dato vita al PDL, come il punto di riferimento “dei riformisti laici”.
Ma che cosa vuol dire concretamente essere riformista? Il termine riformismo, le cui radici risalgono all’opera di Alexandre Millerand, “Il socialismo riformista francese”, pubblicata nel 1903, è nato per riferirsi a una corrente del movimento socialista internazionale che rifiutava le strategie rivoluzionarie a favore di una modificazione dell'assetto socio-economico e della struttura dello Stato mediante una politica di riforme, utilizzando il metodo del confronto parlamentare, compresa l'assunzione di dirette responsabilità governative.
Un esempio efficace del riformismo nostrano può essere la posizione assunta da Riccardo Lombardi nel settembre del 1945 circa la questione dello sblocco dei licenziamenti.
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Prima di arrivare a toccare i punti concreti di un programma di sinistra in positivo, permettetemi di sbizzarrirmi ancora un po’ in questa pars destruens che mi diverte così tanto. da www.arcipelagomilano.org - 22/2/2010 Si avvicina il momento delle urne e il popolo di sinistra, in larga misura scontento, si dibatte nel dilemma di sempre: fare come le tre scimmiette – non vedo, non sento e non parlo – e votare o astenersi. Questo discorso vale per tutta la sinistra ma soprattutto per il Pd, il maggior partito. La candidatura di Penati, diciamo le cose come stanno, non ha entusiasmato nessuno: non molto apprezzato in Provincia per la sua politica ondivaga, ha perso, seppure per poco, di fronte ad un candidato della destra, Guido Podestà, che per parte sua era un signor nessuno. L’uomo non scalda gli animi e non buca il video, non gli si ricordano battute felici ma solo infelici: “Per salvare l’Expo facciamo venire Bertolaso!”. La candidatura di Penati conferma lo scarso spirito di servizio dei big del Pd, non certo il suo: non un uomo di peso che si sentisse di sfidare Formigoni, il quasi sicuro vincitore dopo anni di governo regionale e soprattutto di sottogoverno, che è quello che porta voti per interesse e riconoscenza e non per ideologia. La ricerca di candidati non deve essere stata facile visto che quando il Pd sceglie al di fuori della sua nomenclatura, ed è quello che si sarebbe dovuto fare in questo caso, il prescelto sa che non avrà il leale sostegno del partito e che a elezioni avvenute sarà del tutto abbandonato e visto dai suoi colleghi di sinistra in Giunta come una sorta di cane in chiesa: ci vorrebbe un eroe. Abbiamo visto che la formazione delle liste è stata come sempre oggetto di beghe interne e di equilibrismi, l’arena della casta, e nella maggior parte dei casi ci ricorda la scena del film Il posto di Olmi (clicca qui) nella quale l’impiegatino Cantoni prende la scrivania di un suo collega. Insomma, ancora una volta si è persa l’occasione, visto che la vittoria non era probabile, di approfittarne in ogni caso per fare una lista scintillante, una lista di messaggio e di apertura al Paese, mettendo nomi nuovi in abbondanza senza cadere nei vizi berlusconiani dei nani e delle ballerine. Anche le primarie e le primariette sono state per la maggior parte dei casi dei mostriciattoli, condotte in un clima di emergenze temporali di bertolasiana memoria mentre dei circoli e della loro utilità ne ha già parlato Giuseppe Ucciero sul n° 5 di questo giornale. Aspettiamo ora con ansia il programma elettorale del candidato presidente e temiamo di andar delusi, come lo siamo stati alle ultime comunali e ci sentiremo dire che i programmi non contano, che nessuno li legge. Non è del tutto vero perché se sono fatti bene, se sono frutto di un serio esame dei problemi e dalla reale conoscenza del Paese, servono quanto meno per estrarne gli slogan che supportano una campagna elettorale. Altrimenti si cade nelle invenzioni dell’ultimo minuto dagli esperti di marketing e di comunicazione con effetti qualche volta paradossali. Temo che questo lavoro di preparazione sia in grave ritardo perché, almeno a Milano, abbiamo visto concentrarsi l’attenzione del Pd sui problemi legati al PGT milanese e poco altro. Così come non si è ancora sentito di una riunione dei candidati per concertare una linea di azione comune: ognuno correrà come crede in una competizione che vede gli uscenti in posizione di forza anche solo per le risorse economiche che, se sono stati parsimoniosi oltreché onesti, hanno potuto accumulare durante il trascorso mandato oltre a quelle che il partito metterà a loro disposizione. Per le new entry una strada tutta in salita. Poi, nella migliore delle ipotesi vedremo un programma all’insegna del politically correct interno ed esterno: interno per non irritare le lobby di sindacati e cooperative e verso l’esterno per non scovare scheletri nell’armadio altrui ma figli di troppi padri bipartisan o figli di troppe proprie “distrazioni”. Votare, votar bisogna! e fare come le tre scimmiette: la cosa peggiore sarebbe astenersi. Ma fin da subito forse è meglio levarsi la mano dalla bocca e cominciare a dir qualcosa. Se i risultati elettorali non saranno catastrofici inutile cantare vittoria: è il centro destra che va alle elezioni in affanno, sconvolto dagli scandali e dalle lotte intestine, non la sinistra che avanza per le sue spinte ideali. Ci siano risparmiate le sottili analisi di voto per dimostrare a quale dei leaders della sinistra è andata meno peggio e perché. In attesa delle prossime elezioni comunali, attenti perché il tempo voloa, cerchiamo di non andare a rimorchio dei giornali che hanno scovato il malaffare ma che i nostri eletti si diano una mossa per scovarlo loro, invece di discutere sul dna di ciascuno. Prepariamo per tempo le primarie non solo per il sindaco ma per tutta la lista dando ai candidati eguale visibilità. Il minimo perché i giovani tornino ad occuparsi di politica e i vecchi continuino a farlo. Altro ci sarebbe e ci sarà da dire e da fare ma cominciamo da qui. Per ora. Tutto si può dire sulle Elezioni Regionali tranne che non manchi la suspense, come nelle più immortali soap operas. I primi spostamenti si sono avuti con Roberta Gasco che è passata dall’Udeur al Pdl e già avremmo inteso che la bagarre sarebbe stata più che appassionata.
Il Pdl prosegue verso il suo obiettivo mostrando molti nervi scoperti tra cui la corrente Orsi ora al fotofinish per collocare il proprio Bellasio e catturare i voti della nutrita lobby dei cacciatori. La Lega sembra perdere lo smalto e lo slancio delle Amminsitrative ed Europee 2009 e sulla compagine padana che correrà contro il Centro[-(Sinistra)] vige ancora l’incertezza. Il Pd si abbandona alla linea bersaniana del “cantiere dell’Ulivo”: guardando sempre più verso il centro rischia di cedere le prime pagine agli autorevoli candidati delle liste civiche -ben lungi dalla sinistra. e all’altro grande protagonista l’Udc. Dopo avere “democraticamente” rinunziato alle elezioni primarie, l’unica certezza che si potrebbe attribuire ex ante al partito è il marcato autolesionismo.
La notizia del giorno è che Chiamparino, sul Riformista, parla di crisi del PD. Meglio tardi che mai, ma comunque. Il problema è che questa crisi, come sempre è vista dal punto di vista partitico-elettorale: della serie sì all’autonomia o sì al nuovo Ulivo. Così la critica esterna al PD si concentra sull’unione cattolici-comunisti come male estremo, mentre quella interna batte ferro sui problemi di democraticità interna, di capacità di prendere posizioni unitarie e quindi su questioni “strutturali” del PD. Penso sinceramente che nonostante siano critiche fondate, queste critiche siano, per dirla con Di Pietro, un soffermarsi sul dito che indica la luna, invece di guardare la luna vera e propria (di Pietro l’avrebbe detta molto meglio…qualcosa tipo “nsommm n’è che se i ditt intica a lun allor i ditt e quell che va guardat tti ppiù, capit, insomm nun so se mi sò scpiecat”). Penso che il problema vero del PD, ma anche di tutte le altre formazioncine di contorno, che arrancano in zona Cesarini, sia il nodo sinistra vs modernità. Già, perché il problema sta proprio nell’abbandono forzato (ma per fortuna) di vecchi strumenti di analisi di un mondo che, meglio tardi che mai, un bel giorno si è capito non funzionavano più. Per il PSI c’è voluto Craxi, per il PCI la caduta del muro, ma diciamo che in data 1992 tutta la sinistra “classica” si ritrovava, per motivi diversi, senza strumenti politici, ma prima di tutto filosofici, adatti ad analizzare la realtà in cambiamento. Leggevo l’altro giorno un articolo che riportava la notizia della nascita della prima clinica italiana per vivere fino a 120 anni. Promoters sfegatati dell’iniziativa il frizantissimo don Verzè del San Raffaele (farebbe tremare anche l’imperatore Palpatine –che casualità onomastica- di star wars) e il sempre allegro nostro Primo Ministro Silvio Berlusconi. L’articolo parlava di abusi edilizi ma a me è comunque suonata una campanella d’allarme. Già perché se Silvio fa una cosa, si sa, lui che non è uno alla Fassino che fonda un partito per poi farsi far fuori da D’Alema e Veltroni il giorno subito successivo, ha qualche interesse in ballo. Si aprono diversi retroscena ma c’è n’è uno particolarmente preoccupante. Non indovinate? Silvio vuole campare sino a 120 anni e potete scommetterci che rimarrà primo ministro sino a quella fatidica data. Facendo un breve conto: siamo nel 2009 e Silvio ha 73 anni, ne compirà 120 nel 2056. A dirla come Vasco è facile, ma la realtà è di certo un’altra cosa. Che significa sinistra? Già questo è un dilemma. Si è talmente incapaci di definirla che le sinistre europee perdono malamente in quasi tutti i Paesi del Vecchio Mondo. Motivo? A dirla tutta, non saper “leggere” le righe di questa società in cambiamento è già un buon punto di partenza. Cadute le ideologie, marciti i piatti forti di programmi, congressi e discorsi, ciò che rimane è la pallida immagine di un glorioso passato d’ideali e speranze. Cancelliamo tutto e ricominciamo da capo. Punto primo: ricominciare dalla società. Non mi stancherò mai di dirlo: la politica è la volontà d’espressione della società, lo specchio dei suoi desideri e delle sue aspettative. La politica deve limare il sistema, oliare gli ingranaggi, dare una visione ai processi fin troppo dinamici del nostro tempo. Ricominciamo dalle piccole cose: la zona, il quartiere, la città per allargarsi poi sempre più, creiamo un progetto unitario. Punto due: opportunità e uguaglianza. Sembra un concetto trito e ritrito eppure nella polarizzazione costante del nostro mondo tra poteri forti e parti deboli della società, l’unica parola che si stenta a pronunciare è proprio “opportunità”. Di cosa? Dinamismo sociale, studio, espressione delle proprie capacità in seno al nostro mondo. Uguaglianza significa opportunità per tutti, strutture che siano in grado di dare strumenti e capacità, possibilità di costruirsi una vita degna d’essere vissuta. E poi meritocrazia! E pensarla come un tesoro e difenderla come un’opera d’arte in tempi come questi! Punto terzo: coraggio. Ed ecco il perché del titolo, ecco perché c’è bisogno d’una sinistra spericolata. Combattere le incrostazioni dei meccanismi sociali del nostro Paese, dare una visione che una destra liberale solo a parole, chiusa al cambiamento e alla trasformazione, a tratti xenofoba, non potrà mai dare: ecco che s’ha da fare! Ed ecco quali i punti su cui un vero movimento di sinistra che si definisce critico e progressista dovrebbe, a mio avviso, formarsi. C’è molto da lavorare. E lasciare che mummie e antichi reperti della Prima Repubblica o nuovi arrivisti rampanti dettino l’agenda è, ora più che mai, controproducente se non dannoso. Leggendo le -al solito- frettolose analisi politiche di esponenti nazionali e locali, al seguito della tornata elettorale politica in Germania mi sembra di avere inteso che si voglia fare passare un concetto: “la Socialdemocrazia è morta”. In un tango di commenti ecco tornare a soffiare dopo il 6 e il 7 giugno in Europa il “Vento di Destra” che spazza via ogni sacca di resistenza rossa. La destra, motore di questo portentoso mantice, si affretta al solito a sancire la morte della sinistra intera ma questa volta è ancora più peculiare la posizione dei democratici riformisti nel nostro Bel Paese. Vincono moralmente più del CDU-CSU sicuramente i liberali “gialli” guidati da un procace Westellern che più d’ogni altri ha incarnato il nuovo e la leadership carismatica soprattutto in seguito a una crisi, in maniera tale da dire “c’è crisi, chiedete aiuto all’imprenditoria”. La linea generale che va tendenzialmente denotandosi un po’ per tutta l’Europa che conta è proprio la medesima: “c’è crisi, l’operosa classe borghese vi aiuterà con l’aiuto della formidabile mano invisibile”. Perché i partiti che mai più di questi tempi avrebbero potuto imporsi e farsi carico di un rinnovamento si sono lasciati mettere in ginocchio fino a fare loro decretare la loro morte?Quando muore un’idea politica o ne nasce una nuova di solito vuole dire che sono nati anche nuovi motivi o che ne sono morti di vecchi. Quando muore un’idea politica vuole dire che le ragioni sociali e ideali che la rendevano viva sono scomparse e che altri problemi sono sorti rendendo i vecchi superati. Noi non crediamo che i motivi che ispirano da un secolo a questa parte l’azione dei partiti della sinistra siano finiti ma anzi che essi si ripropongano oggi, sempre irrisolti, con una potenza e una carica più forte che mai prima d’ora. In questi 15 anni di sbandamento politico-culturale seguiti alla caduta del muro e, in generale, in questi 20 anni seguiti a quella che è stata chiamata con grande bellezza (nel nome se non altro) fine delle grandi narrazioni si è sentito ripetere ogni giorno che la sinistra era finita ed aveva perso di senso. La sinistra, e non intendiamo con questo la sinistra marxista, ma tutta quella sinistra in genere individualista, socialista, anarchica, riformista, secondo queste tesi sarebbe morta e sepolta perché i problemi che ci troviamo ad affrontare oggi sarebbero “altri”. Credo che basti farsi un giretto in un quartiere qualsiasi della periferia milanese osservandone il degrado crescente, la dignità e la modestia decorosa in calo vertiginoso, per rendersi conto di quanto questi “altri” problemi siano, in realtà, sempre gli stessi. Basta poi dare uno sguardo al panorama sociale del nostro paese per rendersi conto che gli obiettivi di mobilità sociale che hanno ispirato per 100 anni l’operato dei partiti riformisti (cattolici e socialisti) non solo non sono stati raggiunti, ma si sono fatti molto più lontani. L’obiettivo chiaro di una politica di sinistra è l’emancipazione della società da tutte le sue “tare”, da tutti i suoi virus pericolosi: nepotismo, oltranzismo religioso, corporativismo, sfruttamento degli altri, illiberalismo, … |
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