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da www.arcipelagomilano.org - 22/2/2010

Si avvicina il momento delle urne e il popolo di sinistra, in larga misura scontento, si dibatte nel dilemma di sempre: fare come le tre scimmiette – non vedo, non sento e non parlo – e votare o astenersi. Questo discorso vale per tutta la sinistra ma soprattutto per il Pd, il maggior partito. La candidatura di Penati, diciamo le cose come stanno, non ha entusiasmato nessuno: non molto apprezzato in Provincia per la sua politica ondivaga, ha perso, seppure per poco, di fronte ad un candidato della destra, Guido Podestà, che per parte sua era un signor nessuno.

L’uomo non scalda gli animi e non buca il video, non gli si ricordano battute felici ma solo infelici: “Per salvare l’Expo facciamo venire Bertolaso!”. La candidatura di Penati conferma lo scarso spirito di servizio dei big del Pd, non certo il suo: non un uomo di peso che si sentisse di sfidare Formigoni, il quasi sicuro vincitore dopo anni di governo regionale e soprattutto di sottogoverno, che è quello che porta voti per interesse e riconoscenza e non per ideologia. La ricerca di candidati non deve essere stata facile visto che quando il Pd sceglie al di fuori della sua nomenclatura, ed è quello che si sarebbe dovuto fare in questo caso, il prescelto sa che non avrà il leale sostegno del partito e che a elezioni avvenute sarà del tutto abbandonato e visto dai suoi colleghi di sinistra in Giunta come una sorta di cane in chiesa: ci vorrebbe un eroe.

Abbiamo visto che la formazione delle liste è stata come sempre oggetto di beghe interne e di equilibrismi, l’arena della casta, e nella maggior parte dei casi ci ricorda la scena del film Il posto di Olmi (clicca qui) nella quale l’impiegatino Cantoni prende la scrivania di un suo collega. Insomma, ancora una volta si è persa l’occasione, visto che la vittoria non era probabile, di approfittarne in ogni caso per fare una lista scintillante, una lista di messaggio e di apertura al Paese, mettendo nomi nuovi in abbondanza senza cadere nei vizi berlusconiani dei nani e delle ballerine. Anche le primarie e le primariette sono state per la maggior parte dei casi dei mostriciattoli, condotte in un clima di emergenze temporali di bertolasiana memoria mentre dei circoli e della loro utilità ne ha già parlato Giuseppe Ucciero sul n° 5 di questo giornale.

Aspettiamo ora con ansia il programma elettorale del candidato presidente e temiamo di andar delusi, come lo siamo stati alle ultime comunali e ci sentiremo dire che i programmi non contano, che nessuno li legge. Non è del tutto vero perché se sono fatti bene, se sono frutto di un serio esame dei problemi e dalla reale conoscenza del Paese, servono quanto meno per estrarne gli slogan che supportano una campagna elettorale. Altrimenti si cade nelle invenzioni dell’ultimo minuto dagli esperti di marketing e di comunicazione con effetti qualche volta paradossali. Temo che questo lavoro di preparazione sia in grave ritardo perché, almeno a Milano, abbiamo visto concentrarsi l’attenzione del Pd sui problemi legati al PGT milanese e poco altro.

Così come non si è ancora sentito di una riunione dei candidati per concertare una linea di azione comune: ognuno correrà come crede in una competizione che vede gli uscenti in posizione di forza anche solo per le risorse economiche che, se sono stati parsimoniosi oltreché onesti, hanno potuto accumulare durante il trascorso mandato oltre a quelle che il partito metterà a loro disposizione. Per le new entry una strada tutta in salita. Poi, nella migliore delle ipotesi vedremo un programma all’insegna del politically correct interno ed esterno: interno per non irritare le lobby di sindacati e cooperative e verso l’esterno per non scovare scheletri nell’armadio altrui ma figli di troppi padri bipartisan o figli di troppe proprie “distrazioni”.

Votare, votar bisogna! e fare come le tre scimmiette: la cosa peggiore sarebbe astenersi. Ma fin da subito forse è meglio levarsi la mano dalla bocca e cominciare a dir qualcosa. Se i risultati elettorali non saranno catastrofici inutile cantare vittoria: è il centro destra che va alle elezioni in affanno, sconvolto dagli scandali e dalle lotte intestine, non la sinistra che avanza per le sue spinte ideali. Ci siano risparmiate le sottili analisi di voto per dimostrare a quale dei leaders della sinistra è andata meno peggio e perché. In attesa delle prossime elezioni comunali, attenti perché il tempo voloa, cerchiamo di non andare a rimorchio dei giornali che hanno scovato il malaffare ma che i nostri eletti si diano una mossa per scovarlo loro, invece di discutere sul dna di ciascuno. Prepariamo per tempo le primarie non solo per il sindaco ma per tutta la lista dando ai candidati eguale visibilità. Il minimo perché i giovani tornino ad occuparsi di politica e i vecchi continuino a farlo. Altro ci sarebbe e ci sarà da dire e da fare ma cominciamo da qui. Per ora.

 

La notizia del giorno è che Chiamparino, sul Riformista, parla di crisi del PD. Meglio tardi che mai, ma comunque. Il problema è che questa crisi, come sempre è vista dal punto di vista partitico-elettorale: della serie sì all’autonomia o sì al nuovo Ulivo. Così la critica esterna al PD si concentra sull’unione cattolici-comunisti come male estremo, mentre quella interna batte ferro sui problemi di democraticità interna, di capacità di prendere posizioni unitarie e quindi su questioni “strutturali” del PD. Penso sinceramente che nonostante siano critiche fondate, queste critiche siano, per dirla con Di Pietro, un soffermarsi sul dito che indica la luna, invece di guardare la luna vera e propria (di Pietro l’avrebbe detta molto meglio…qualcosa tipo “nsommm n’è che se i ditt intica a lun allor i ditt e quell che va guardat tti ppiù, capit, insomm nun so se mi sò scpiecat”).

Penso che il problema vero del PD, ma anche di tutte le altre formazioncine di contorno, che arrancano in zona Cesarini, sia il nodo sinistra vs modernità. Già, perché il problema sta proprio nell’abbandono forzato (ma per fortuna) di vecchi strumenti di analisi di un mondo che, meglio tardi che mai, un bel giorno si è capito non funzionavano più. Per il PSI c’è voluto Craxi, per il PCI la caduta del muro, ma diciamo che in data 1992 tutta la sinistra “classica” si ritrovava, per motivi diversi, senza strumenti politici, ma prima di tutto filosofici, adatti ad analizzare la realtà in cambiamento.

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Da Le Ragioni.it

Con la buona affluenza alle urne delle primarie e, soprattutto, con la netta affermazione di Pierluigi Bersani, tramonta un’epoca.

Non certo quella di Dario Franceschini, che di quest’era si è trovato a essere, come il Pu Yi di Bertolucci, l’ultimo imperatore, investito di un ruolo scomodo e costretto a essere epigono e continuatore delle scelte di chi lo ha preceduto.

Non si chiude con questa votazione neppure la stagione Veltroni, che aveva incarnato lo spirito del partito liquido, ma-anchista, della forza politica che non deve fare i conti con nessuna storia perché è sufficiente voltare pagina, fingere di eliminare con un colpo di spugna qualsiasi passato per candidarsi a guidare il futuro.

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