Da leragioni.it
I partiti tradizionali, tra tanti pregi e difetti, avevano la caratteristica di essere uno strumento di formazione e di selezione di gruppi dirigenti. In questo assolvevano anche una funzione di promozione sociale. La seconda repubblica ha preferito, a destra come a sinistra, dotarsi di strumento differenti per il rinnovamento del personale politico.

Quali? Il più delle volte la scelta è ricaduta sulla cooptazione, sui gradi di parentela, su meccanismi che è difficile definire meritocratici. Non ci si deve scandalizzare se gira, ormai con insistenza, la voce di una possibile candidatura di Bossi Jr. nel listino bloccato in Lombardia. Sarebbe semplicemente uno dei casi più eclatanti di una regola non scritta che trova la sua più o meno puntuale applicazione nelle recenti tornate elettorali. Ma questo sistema, oltre a non essere affatto meritocratico, è anche pericoloso: la cooptazione, salvo casi clamorosi e imprevedibili, provoca la stagnazione del dibattito politico. Chi nomina, infatti, si preoccuperà di scegliere persone a lui fedeli che, per debito di riconoscenza e per essere riconfermati la volta successiva, non faranno che riproporre le dinamiche di chi li ha scelti (o imposti, a seconda dei casi). Tra l’altro ben difficilmente potranno rappresentare interessi e istanze generazionali, infatti chi sceglie non deve preoccuparsi di puntare su un giovane portatore di una vera e propria battaglia politica riconosciuta (almeno) tra i suoi coetanei: generalmente può firmare l’accettazione della candidatura e andare in vacanza, magari passando prima in tipografia a far stampare i nuovi biglietti da visita.


