Tag:giustizia

Nella giornata di ieri si è tenuto un incontro in Bocconi sulla questione “processo breve” organizzato dall’organizzazione studentesca Lilliput (grazie!). Tra gli altri interveniva Piercamillo Davigo, ex del pool Mani Pulite, ora giudice della Corte Suprema di Cassazione. Ho preso alcuni appunti che vorrei condividere.

Il problema della lunghezza dei processi esiste ed è gravissimo. L’Italia ha ricevuto troppe condanne per la durata dei processi, ma invece di ridurne i tempi si è cercato una soluzione al problema dei risarcimenti attraverso la legge Pinto (2009), rivelatasi fallimentare e, anzi, controproducente. Nel nostro Paese si è arrivati ad un punto tale d’inefficienza che molti che avrebbero diritto a richiedere giustizia per fatti di qualunque portata preferiscono evitare il lungo ed estenuante percorso giudiziario.

Davigo ha innanzitutto chiarito che non è un problema di risorse. L’Italia spende quanto la Gran Bretagna, paese in cui nessuno si lamenta sul funzionamento della giustizia. Si tratta d’inefficienze d’altra natura, di carattere organizzativo e non. Un esempio? Sempre in Gran Bretagna ci sono 22000 giudice di pace che operano gratuitamente, considerando la posizione un onore personale; in Italia, gli stessi sono 10000, sono pagati, rientrano nella definizione di precari di quel mondo lavorativo con tutti i problemi di natura sindacale annessi (volontà di essere messi in regola e via dicendo). Utilizzando lo stesso paese di paragone, in Gran Bretagna si contano 300000 processi penali, in Italia 3000000; il problema è che i detenuti nel primo si aggirano intorno ai 100000, del secondo intorno ai 64000. Nel civile il problema è ancora più grave: in Italia ci sono più cause che in Spagna, Francia e Gran Bretagna messi assieme. Quale il motivo? Nei paesi anglosassoni, ad esempio, vi sono sanzioni punitive aggiunte per chi si comporta male durante il processo (allunga i tempi, blocca le procedure, …) che non sono collegate direttamente con il danno di cui si sta dibattendo.

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L'Associazione Enzo Tortora - Radicali Milano e l'Associazione MILeft

organizzano

LUCI CONTRO LA PEDOFILIA

Giovedi 1 Aprile dalle 19 alle 20.30 fiaccolata in piazza Duomo angolo via Marconi (lato Mondadori)

- per chiedere alle autorita' ecclesiastiche che venga fatta luce una volta per tutte sui fatti emersi in questi anni, che ci sia maggiore trasparenza e prese di posizione sulle responsabilita' accertate, e che non si lasci insabbiare tutto anche questa volta.
- Per chiedere alla classe politica italiana di non prendere posizioni di parte, come avvenuto in questi giorni, di fronte ad atti criminali di pedofilia che sono stati accertati nel mondo.- Per chiedere alle autorita' ecclesiastiche che siano maggiormente controllati tutti i funzionari di chiesa, per garantire rispetto della vita umana, SOPRATTUTTO DEI BAMBINI.
- Condanniamo i documenti "crimen solicitationis" e la successiva "De delictis gravioribus" a firma Joseph Ratzinger del 2001
 

Il Riformista - 8/12/2009

L'uno-due che doveva disarcionare il Cavaliere, prima l'aula di tribunale e poi la piazza come tribunale, non sembra essere andato a segno. Nonostante il Financial Times scommetta che prima o poi accadrà, e nonostante che la politica italiana continui ancora a dipendere da ciò che dirà un boss mafioso (stavolta Graviano), Berlusconi è uscito politicamente rafforzato, non indebolito, dall'Armageddon che era stato annunciato. L'enormità dell'accusa rivoltagli è tale che perfino chi non lo ama tituba. Insomma: credere che Silvio abbia corrotto il teste Mills è una cosa, accettare l'idea che abbia organizzato stragi mafiose è tutt'altra.

È un po' come la storia di al lupo al lupo. E infatti, non a caso, a gridare al lupo Spatuzza sono stati più i giornali vicini al Cavaliere che quelli a lui avversi. Il risultato politico inevitabile è che Fini stesso ha dovuto ricompattarsi, e per qualche giorno almeno si è messa la sordina allo scontro interno che dilania il Pdl. Di più: il No B. Day, la giornata che doveva imprimere negli italiani l'immagine di un Berlusconi amico dei mafiosi, ha perso le aperture dei giornali a vantaggio di due clamorosi arresti di mafiosi. Il premier dovrà fare un bel regalo di Natale a Maroni, se non l'ha già fatto.

All'inverso, e solo apparentemente per paradosso, il No B. Day ha lasciato invece il segno sull'altro B. della politica italiana: Bersani. È lui, non il Cavaliere, che ora è chiamato a discolparsi. Non di collusioni con la mafia, ovviamente, ma, peggio, di collusioni con il Cavaliere: «Certe volte - ha detto Ezio Mauro, il direttore di Repubblica - sembra che i leader del Pd e la loro base abbiano avversari politici diversi». Nel senso: gli elettori ce l'hanno con Berlusconi, ma il Pd no.
È una vecchia storia. E sempre la stessa. Raccolta di firme - articoli sui giornali - mobilitazione sul web - piazza. Segue dibattito: perché il Pd non c'era? Una storia così vecchia che Bersani è stato più che generoso nel vederci l'emergere di «energie nuove»: si sarà riferito a Dario Fo e Franca Rame? O a Moni Ovadia e Roberto Vecchioni? Chissà. Fatto sta che a lui si chiede conto, mica a Berlusconi.

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Da Corriere.it - 14/11/2009

Se fosse possibile scegliere tra la riforma della giustizia e una delle tante riforme di cui il Paese ha bi­sogno (pensioni, sistema fiscale, educazione, funzione pubblica) non avrei alcun dubbio. Sceglierei senza esi­tare la riforma della giustizia. Le cause civili sono interminabili e la durata dei procedimenti sta procurando danni irre­parabili, tra l’altro, all’economia nazio­nale. L’obbligatorietà dell’azione penale è l’alibi che copre la di­screzionalità dei magistra­ti inquirenti. Molti procu­ratori hanno ambizioni pubbliche che stravolgo­no la loro funzione origi­nale. Le indagini hanno talora un sapore politico o un senso dello spettaco­lo che nuoce alla loro cre­dibilità. Il Consiglio supe­riore è un parlamento in cui sono rappresentate correnti ideologiche. Un organo sindacale, l’Asso­ciazione nazionale magi­strati, agisce come una lobby e cerca di condizio­nare la decisione delle Ca­mere. Ripeto: se l’Italia vuole rimettere ordine tra i poteri dello Stato e restituire ai cittadini la fi­ducia nelle istituzioni, occorre partire dalla riforma della giustizia. Molti dei voti dati al centro-destra sono dovuti al­la sua promessa di agire su un terreno in cui i governi di centro-sinistra sono stati esitanti e, alla fine, carenti.

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