Tag:giovani

Qualche mese fa abbiamo iniziato la raccolta firme, mossi dalla convinzione che a Milano ci sia l’esigenza da parte degli studenti, dei licei, ma soprattutto universitari, di usufruire degli spazi per studiare anche nei giorni festivi. Può apparire una cosa scontata, ma non lo è: a Milano la domenica non ci sono biblioteche aperte, fatta eccezione per alcuni spazi universitari di cui dirò dopo, e studiare può diventare un problema. E pensare che proprio la domenica è l’unico giorno a completa disposizione di molti studenti-lavoratori, motivo per cui un servizio in questo giorno della settimana diventa fondamentale, per garantire a tutti l’opportunità di studiare e di accedere al patrimonio a disposizione nelle biblioteche comunali.

Fin dall’inizio la raccolta firme ha riscosso apprezzamenti, studenti universitari e dei licei, giovani, ma anche semplici abitanti della città hanno aderito, sottolineando con convinzione come a Milano, come già avviene in altre città europee, aprire spazi comunali per lo studio anche la domenica sia uno sforzo cui la città non dovrebbe sottrarsi. Numerose richieste vengono dagli studenti fuori sede, tanto che abbiamo ritenuto opportuna anche un raccolta firme tra i non residenti a Milano, che riteniamo avere un importante valore politico, anche se non legale, in quanto per norma le 1000 firme necessarie per portare la proposta al consiglio comunale debbano essere di persone residenti.

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Da Arcipelagomilano (www.arcipelagomilano.org) 5/4/2010

Un pomeriggio di febbraio in piena luce. Un “ragazzo” dipinge un muretto che fa da cinta a uno spazio giochi per l’infanzia dentro ai giardinetti della “Fontana” (via Cusio a Milano). Arriva una volante, entra nel parco, scendono agenti “in borghese”. Il “ragazzo” viene fermato, le bombolette sequestrate, somministrati una multa di 450 Euro e un verbale di apertura di un procedimento penale. Sono le 16.10 è pieno giorno, il “ragazzo” non ha tentato fughe, ha fornito i documenti, è rimasto sbigottito. Il fatto è che dipingere questo muretto è sempre stato considerato da lui e da altri giovani graffitari un’azione “legale”, anche perché da almeno venti anni (me lo ricordo perché portavo lì il figlio all’asilo…) periodicamente i ragazzi “lo sbianconano” per sostituire i graffiti più vecchi o sbiaditi con altri più nuovi e colorati (vedi immagini in copertina). Questo fatto paradossale è simbolico della politica schizofrenica o inesistente dell’amministrazione comunale sul tema graffiti.

Anni fa Sgarbi organizzò una mostra di graffitari e protagonisti della street art al PAC di via Palestro. Ma anche gli assessori alla cultura e ai giovani successivi e lo stesso sindaco hanno promesso spazi alla creatività giovanile (recentemente ancora una mostra alla Fabbrica del vapore di via Procaccini) ma contemporaneamente si spende per “pulire” e si multa chi dipinge. Sembra una spirale infinita perché risultati dal punto di vista del decoro non se ne vedono.

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Da repubblica.it - 22/03/2010

All'inaugurazione dell'anno accademico del Politecnico il rappresentante dei ragazzi, Mauro Brivio, spiazza la platea di ospiti e docenti: "Su di noi pesano i contratti flessibili, le bollette, l'affitto". Qui solo il 70 per cento dei laureati trova lavoro entro quattro mesi: un anno fa erano il 90 per cento

Quando Mauro finisce di parlare l’applauso lo sommerge. Si imbarazza, stringe il podio dei discorsi. Le parole scelte dal rappresentante degli studenti del Politecnico di Milano per raccontare la sua generazione sono crude: «Mi sono chiesto quale caratteristica mi accomuni a tutti gli altri giovani italiani – dice il 25enne studente di architettura – la risposta è: la paura».

La platea di insegnanti riunita per l’inaugurazione dell’anno accademico, pronta a discorsi di rito sulle meraviglie dell’università, capisce di colpo che vale la pena ascoltare. «Sui nostri pensieri più profondi — riprende lo studente, in giacca e cravatta — incombono mille paure: perdere la borsa di studio, veder scadere il contratto a progetto, non riuscire a pagare le bollette e l’affitto. La mia generazione ha paura del proprio futuro».

Mauro Brivio non parla a caso. Le statistiche mostrano che anche al Politecnico la crisi economica si fa sentire. Il dato che dice tutto lo fornisce il rettore uscente, Giulio Ballio: quest’anno solo il 70 per cento dei laureati ha trovato lavoro entro quattro mesi. Nel 2009 era il 90. Segno che anche per gli ingegneri specializzati, il miglior prodotto del sistema della formazione tecnica, guardare avanti con fiducia non è facile. E una flessione nelle assunzioni si registra anche alla Bocconi, dove al momento della laurea hanno già in tasca un contratto di lavoro 57 ragazzi su cento, contro i 60 di un anno fa. Ma è solo la punta dell’iceberg.

Mauro scandisce con voce ferma il testo che, a casa, ha riletto decine di volte: «Dobbiamo recidere il reciproco parassitismo che lega la nostra generazione a quella dei nostri genitori». Un rapporto sbagliato, anche numericamente: nel 1990 i giovani fra i 15 e i 29 anni in Italia erano 12,8 milioni e i loro genitori, fra i 45 e i 59 anni, solo 10,6 milioni. Oggi il rapporto è invertito, con 12 milioni di over 45 e meno di 9 milioni di giovani. E l’età media dell’uscita di casa viene rimandata sempre più (oggi siamo a 30 anni contro i 21 del Nord Europa). Il ritratto statistico della condizione giovanile ai tempi della crisi economica lo traccia Costanzo Ranci, sociologo del Politecnico. Il capitolo centrale della sua relazione ha un titolo eloquente: “La società contro i giovani”. E il professore non usa mezzi termini: «Il mercato del lavoro italiano — dice — è molto inospitale nei confronti dei nostri giovani, oramai trentenni».

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Da leragioni.it

I partiti tradizionali, tra tanti pregi e difetti, avevano la caratteristica di essere uno strumento di formazione e di selezione di gruppi dirigenti. In questo assolvevano anche una funzione di promozione sociale. La seconda repubblica ha preferito, a destra come a sinistra, dotarsi di strumento differenti per il rinnovamento del personale politico.

Quali? Il più delle volte la scelta è ricaduta sulla cooptazione, sui gradi di parentela, su meccanismi che è difficile definire meritocratici. Non ci si deve scandalizzare se gira, ormai con insistenza, la voce di una possibile candidatura di Bossi Jr. nel listino bloccato in Lombardia. Sarebbe semplicemente uno dei casi più eclatanti di una regola non scritta che trova la sua più o meno puntuale applicazione nelle recenti tornate elettorali. Ma questo sistema, oltre a non essere affatto meritocratico, è anche pericoloso: la cooptazione, salvo casi clamorosi e imprevedibili, provoca la stagnazione del dibattito politico. Chi nomina, infatti, si preoccuperà di scegliere persone a lui fedeli che, per debito di riconoscenza e per essere riconfermati la volta successiva, non faranno che riproporre le dinamiche di chi li ha scelti (o imposti, a seconda dei casi). Tra l’altro ben difficilmente potranno rappresentare interessi e istanze generazionali, infatti chi sceglie non deve preoccuparsi di puntare su un giovane portatore di una vera e propria battaglia politica riconosciuta (almeno) tra i suoi coetanei: generalmente può firmare l’accettazione della candidatura e andare in vacanza, magari passando prima in tipografia a far stampare i nuovi biglietti da visita.

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“Cosa succede, cosa succede in città; c’è qualche cosa, qualcosa che non va”, cantava alcuni decenni fa il grande libertario Vasco Rossi; e che ci siano parecchie cose che non vanno nella morattiana metropoli meneghina è sotto l’occhio di tutti. Una delle cose che più non vanno è, a parer mio, questo clima di repressione, di vera e propria intimidazione da parte delle forze dell’ordine che sta investendo la nostra città. Non passa giorno che sulle pagine milanesi dei quotidiani non siano riportate notizie riguardanti reazioni spesso spropositate da parte di vigili, poliziotti, carabinieri.

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Da Repubblica.it - 31 ottobre 2009

Milano vuole rilanciare così, in una città dove i prezzi delle case sono proibitivi, un mercato di abitazioni accessibili che possano attrarre giovani e nuove coppie. E' la parte più radicale di un piano per sviluppare nei prossimi 15 anni 20mila case a prezzi contenuti. Rozza (Pd): "Un'idea anni Cinquanta"

Le chiamano case container, ma delle strutture di emergenza che sorgono dopo un terremoto o nei campi nomadi, hanno poco a che fare. Almeno in Paesi europei come l’Olanda, dove designer e architetti progettano queste forme innovative di abitazione low cost, spesso in chiave ambientalista. È a questi esempi che, adesso, guarda anche Milano. Per rilanciare, in una città dove i prezzi delle case sono proibitivi, un mercato di abitazioni accessibili che possano attrarre giovani e nuove coppie. È per loro, studenti fuori sede e lavoratori che hanno bisogno di alloggi per brevi periodi, ma anche per casi sociali come gli homeless, che Palazzo Marino ha pensato a questi speciali container. La parte più radicale di un piano dettagliato per sviluppare nei prossimi 15 anni 20mila case a prezzi contenuti.

GUARDA Le case container

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