Tag:elezioni

I giorni 12 e 13 maggio si terranno le elezioni universitarie per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari. Come chi frequenta l’Università si sarà probabilmente accorto, trovando in questi giorni tappezzato di ogni tipo di materiale elettorale, a volte il più inaspettato e impensabile, qualche volta ridicolo (una lista in particolare su queste cose ha da insegnare), saranno chiamati al voto tutti gli studenti iscritti ad un corso di laurea in un’Università italiana. Il CNSU è una consulta presso il ministero dell’Università, che come da definizione ha un ruolo consultivo nelle politiche per l’Università, non molto rilevante, ma è comunque una voce degli studenti a Roma.
Le liste candidate sono costituite a livello nazionale e orientate politicamente: una vicina a CL, una vicina ad Azione Giovani, una di estrema destra, mentre quella di sinistra, che interessa a noi, quest’anno è nata da un’accordo tra UDU (Unione degli Universitari, organismo della CGIL), GD (Giovani Democratici) e alcune formazioni minori (FGS – Giovani Socialisti). Milano si trova nella circoscrizione Nord-Ovest (Lombardia, Piemonte, Liguria), nella quale verranno eletti 7 rappresentanti.
Come ho accennato poco sopra, il CNSU è un organo poco influente, dà pareri al ministero e lavora sui temi dell’Università che interessano gli studenti, può anche influire positivamente su piccole scelte con scarsa posta in gioco, mentre su grandi scelte come la riforma dell’Università e la distribuzione dei fondi agli Atenei, la sua capacità di orientare la politica ministeriale è quasi nulla. La tensione della politica universitaria (e non) verso queste elezioni si spiega più col fatto che esse vengono usate come strumento per acquisire visibilità nella politica dei partiti, piuttosto che con la reale importanza dell’organo.
Tuttavia è importante dire che avere un rappresentante al suo interno assume un’utilità in quanto è pur sempre una voce e una fonte di informazioni a livello nazionale in tema di Università, che per la rappresentanza studentesca è comunque utile.
Per cui vorrei fare un invito agli studenti universitari ad andare a votare, per dire la propria anche su questo tema e non lasciare decidere agli altri studenti (generalmente pochi) che lo faranno. Senza dare indicazioni su un candidato in particolare, invito quindi a scegliere la lista UDU-Liste di sinistra-Liste democratiche.

 
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Prima di arrivare a toccare i punti concreti di un programma di sinistra in positivo, permettetemi di sbizzarrirmi ancora un po’ in questa pars destruens che mi diverte così tanto.
Questa volta vorrei parlare della sincerità. Se vi viene in mente il Nonno della Birra Moretti riflettete su una cosa: la battaglia riformista fu condotta in Italia da Filippo Turati proprio sulla questione della sincerità verso il proletariato. Turati accusava i comunisti e i socialisti massimalisti di mentire, proprio a quel proletariato che tanto millantavano di voler liberare, attraverso tutte le loro promesse messianiche di futuri migliori e destini miracolosi. La storia ha dimostrato che queste erano davvero delle bugie. Ma lascio stare l’amarcord per buttarmi sull’attualità.

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Il riformista - 6/3/2010

Temo che da oggi la campagna elettorale per le regionali prenderà una piega ancora più brutta di quella che abbiamo visto finora. Il Governo, pur avendo rinunciato a cambiare per decreto le leggi elettorali dopo il no di Napolitano, ha deciso di vararne uno per «interpretarle» e salvare così le sue liste. Questo provocherà una dura reazione dell'opposizione, chiamate alle armi e chiamate alle piazze, un senso di ingiustizia subìta, e una marea di ricorsi giudiziari contro la retroattività prevista per il caso Lazio. È stata una scelta politicamente inopportuna, ma il Capo dello Stato non giudica dell'opportunità politica degli atti del Governo. Valuterà solo il testo, e se non ha profili incostituzionali lo firmerà.

Ma se vivessimo in un Paese più empirico e meno avvelenato, il pasticcio delle liste sarebbe stato risolto in altro modo. Anche un bambino capisce che elezioni regionali senza il candidato governatore del centrodestra sono impossibili. Questa è la situazione che si determinerà in Lombardia se il Tar non darà ragione al ricorso di Formigoni. Altrettanto chiaro è che elezioni regionali con il candidato del centrodestra, seppur menomato della lista del Pdl nella sola provincia di Roma, sono possibili. E questa è la situazione che si sarebbe determinata in Lazio. In fin dei conti, è il Pdl che non è stato capace (per non dire altro) di presentare in tempo la sua lista.

Una soluzione corretta sarebbe stata dunque un'altra. E si sarebbe trattato, in questo caso sì, di una soluzione politica perché frutto di un accordo, mentre un decreto legge è solo una soluzione di forza. Il Pdl avrebbe dovuto chiedere a tutte le forze parlamentari, in primis al Pd, il consenso su una leggina che salvasse i listini dei governatori. Il listino è solo un'aggiunta tecnica della legge, non è una vera e propria lista. Formigoni è già sostenuto da numerose liste; a rigor di logica, il listino non dovrebbe nemmeno aver bisogno di firme.

Il Pd poteva e doveva accettare questa soluzione, non solo perché ha ripetuto in questi giorni che non vuole vincere a tavolino; ma anche perché non si è costituito in giudizio contro Formigoni (e nemmeno contro la Polverini per il ricorso che riguardava il listino). Vuol dire che non ha niente da obiettare.

Dal canto suo, il Pdl avrebbe dovuto rinunciare al recupero della lista del Pdl a Roma, che ha ottenuto solo con una forzatura delle norme a partita in corso, qualcosa che si è visto spesso in Italia a proposito di vicende giudiziarie, ma mai prima d'ora s'era visto a proposito di processi elettorali. La regolarità delle elezioni è il presupposto di ogni convivenza civile, e se si comincia a picconarla possono essere guai seri. Per chi è in minoranza oggi, ma anche per chi fosse in minoranza domani.

Se l'eccesso di lotta politica e l'eccesso di formalismo giuridico lasciassero il passo a un sano pragmatismo, che poi è il sale della democrazia, si potrebbe tenere al riparo anche il Quirinale. Al quale vengono ormai chieste troppe cose che non gli spettano, al quale si intima troppo spesso di firmare o di non firmare, trasformandolo nell'arbitro non già del sereno svolgimento della vita delle istituzioni, ma di un furioso match di pugilato che non si riesce a risolvere a forza di pugni.

 

da www.arcipelagomilano.org - 22/2/2010

Si avvicina il momento delle urne e il popolo di sinistra, in larga misura scontento, si dibatte nel dilemma di sempre: fare come le tre scimmiette – non vedo, non sento e non parlo – e votare o astenersi. Questo discorso vale per tutta la sinistra ma soprattutto per il Pd, il maggior partito. La candidatura di Penati, diciamo le cose come stanno, non ha entusiasmato nessuno: non molto apprezzato in Provincia per la sua politica ondivaga, ha perso, seppure per poco, di fronte ad un candidato della destra, Guido Podestà, che per parte sua era un signor nessuno.

L’uomo non scalda gli animi e non buca il video, non gli si ricordano battute felici ma solo infelici: “Per salvare l’Expo facciamo venire Bertolaso!”. La candidatura di Penati conferma lo scarso spirito di servizio dei big del Pd, non certo il suo: non un uomo di peso che si sentisse di sfidare Formigoni, il quasi sicuro vincitore dopo anni di governo regionale e soprattutto di sottogoverno, che è quello che porta voti per interesse e riconoscenza e non per ideologia. La ricerca di candidati non deve essere stata facile visto che quando il Pd sceglie al di fuori della sua nomenclatura, ed è quello che si sarebbe dovuto fare in questo caso, il prescelto sa che non avrà il leale sostegno del partito e che a elezioni avvenute sarà del tutto abbandonato e visto dai suoi colleghi di sinistra in Giunta come una sorta di cane in chiesa: ci vorrebbe un eroe.

Abbiamo visto che la formazione delle liste è stata come sempre oggetto di beghe interne e di equilibrismi, l’arena della casta, e nella maggior parte dei casi ci ricorda la scena del film Il posto di Olmi (clicca qui) nella quale l’impiegatino Cantoni prende la scrivania di un suo collega. Insomma, ancora una volta si è persa l’occasione, visto che la vittoria non era probabile, di approfittarne in ogni caso per fare una lista scintillante, una lista di messaggio e di apertura al Paese, mettendo nomi nuovi in abbondanza senza cadere nei vizi berlusconiani dei nani e delle ballerine. Anche le primarie e le primariette sono state per la maggior parte dei casi dei mostriciattoli, condotte in un clima di emergenze temporali di bertolasiana memoria mentre dei circoli e della loro utilità ne ha già parlato Giuseppe Ucciero sul n° 5 di questo giornale.

Aspettiamo ora con ansia il programma elettorale del candidato presidente e temiamo di andar delusi, come lo siamo stati alle ultime comunali e ci sentiremo dire che i programmi non contano, che nessuno li legge. Non è del tutto vero perché se sono fatti bene, se sono frutto di un serio esame dei problemi e dalla reale conoscenza del Paese, servono quanto meno per estrarne gli slogan che supportano una campagna elettorale. Altrimenti si cade nelle invenzioni dell’ultimo minuto dagli esperti di marketing e di comunicazione con effetti qualche volta paradossali. Temo che questo lavoro di preparazione sia in grave ritardo perché, almeno a Milano, abbiamo visto concentrarsi l’attenzione del Pd sui problemi legati al PGT milanese e poco altro.

Così come non si è ancora sentito di una riunione dei candidati per concertare una linea di azione comune: ognuno correrà come crede in una competizione che vede gli uscenti in posizione di forza anche solo per le risorse economiche che, se sono stati parsimoniosi oltreché onesti, hanno potuto accumulare durante il trascorso mandato oltre a quelle che il partito metterà a loro disposizione. Per le new entry una strada tutta in salita. Poi, nella migliore delle ipotesi vedremo un programma all’insegna del politically correct interno ed esterno: interno per non irritare le lobby di sindacati e cooperative e verso l’esterno per non scovare scheletri nell’armadio altrui ma figli di troppi padri bipartisan o figli di troppe proprie “distrazioni”.

Votare, votar bisogna! e fare come le tre scimmiette: la cosa peggiore sarebbe astenersi. Ma fin da subito forse è meglio levarsi la mano dalla bocca e cominciare a dir qualcosa. Se i risultati elettorali non saranno catastrofici inutile cantare vittoria: è il centro destra che va alle elezioni in affanno, sconvolto dagli scandali e dalle lotte intestine, non la sinistra che avanza per le sue spinte ideali. Ci siano risparmiate le sottili analisi di voto per dimostrare a quale dei leaders della sinistra è andata meno peggio e perché. In attesa delle prossime elezioni comunali, attenti perché il tempo voloa, cerchiamo di non andare a rimorchio dei giornali che hanno scovato il malaffare ma che i nostri eletti si diano una mossa per scovarlo loro, invece di discutere sul dna di ciascuno. Prepariamo per tempo le primarie non solo per il sindaco ma per tutta la lista dando ai candidati eguale visibilità. Il minimo perché i giovani tornino ad occuparsi di politica e i vecchi continuino a farlo. Altro ci sarebbe e ci sarà da dire e da fare ma cominciamo da qui. Per ora.

 
Tutto si può dire sulle Elezioni Regionali tranne che non manchi la suspense, come nelle più immortali soap operas. I primi spostamenti si sono avuti con Roberta Gasco che è passata dall’Udeur al Pdl e già avremmo inteso che la bagarre sarebbe stata più che appassionata.

Il Pdl prosegue verso il suo obiettivo mostrando molti nervi scoperti tra cui la corrente Orsi ora al fotofinish per collocare il proprio Bellasio e catturare i voti della nutrita lobby dei cacciatori.

La Lega sembra perdere lo smalto e lo slancio delle Amminsitrative ed Europee 2009 e sulla compagine padana che correrà contro il Centro[-(Sinistra)] vige ancora l’incertezza.

Il Pd si abbandona alla linea bersaniana del “cantiere dell’Ulivo”: guardando sempre più verso il centro rischia di cedere le prime pagine agli autorevoli candidati delle liste civiche -ben lungi dalla sinistra. e all’altro grande protagonista l’Udc.  Dopo avere “democraticamente” rinunziato alle elezioni primarie, l’unica certezza che si potrebbe attribuire ex ante al partito è il marcato autolesionismo.

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Era appena trascorso il mio primo giorno di Università da studente del terzo anno, il pretenzioso Euro City -agglomerato di vagoni più o meno riportati alla decenza da almeno trent'anni- diretto a Nizza stava ormai lasciando la Stazione Centrale di Milano.

Vecchi scompartimenti, sedili polverosi: sovraffollatissima (alquanto pretenziosa) prima classe che sfruttava gli ultimi sgoccioli d'estate. È stato in questo ambiente squisitamente naif che ho iniziato a ripensare in un'altra prospettiva alla legge elettorale.

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Da Arcipelagomilano

Tra pochi mesi voteremo per le elezioni regionali, mentre il centrodestra da il via al solito rituale di trattative interne tese a ridurre il governatore lombardo ad un semplice esecutore delle volontà bosso berlusconiane, il centro sinistra con curiosa strategia non ha ancora deciso come scegliere il candidato, scelta che presumibilmente farà come al solito troppo tardi. Poiché però già molti si esercitano a tracciare l’identikit del candidato, facciamo una cosa diversa: parliamo dei costi della campagna elettorale. Tema non nobile, scarsamente frequentato dagli strateghi, ma di non piccola rilevanza, se si vuole partecipare con qualche speranza alla competizione. Il titolo di questo articolo è un po’ criptico ma se avrete la costanza di leggerlo tutto ne scoprirete che le ragioni.

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