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Al riformismo d’altri tempi corrisponde la demagogia dei nostri giorni |
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Rassegna -
Cultura
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Scritto da Jacopo Perazzoli
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Domenica 25 Aprile 2010 01:45 |
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Uno dei diversi paradossi della politica italiana è che entrambi gli schieramenti in campo si proclamano riformisti. Da un lato vediamo il Partito Democratico che si è descritto come riformista fin dal 16 febbraio 2008 quando, con l’approvazione del “manifesto dei valori”, si è definito come “grande forza popolare, intorno alla quale si stavano raccogliendo le tradizioni culturali e politiche riformatrici del Paese”. Inoltre, in occasione della conferenza stampa post sconfitta elettorale del 15 aprile 2008, fu l’allora segretario dei democratici Walter Veltroni a dichiarare che con il 33,1% dei voti il riformismo italiano aveva “raggiunto il suo massimo storico”. D’altro canto però anche il partito avverso, il PDL, non intende abbandonare la caratterizzazione riformista. Nell’incontro con i giornalisti in seguito alla vittoria delle elezioni politiche del 2008, Silvio Berlusconi utilizzò l’aggettivo riformista per descrivere il Popolo delle Libertà. Non solo, è nata da poche settimane la fondazione politica “Riformismo e Libertà” di Fabrizio Cicchitto, il capogruppo alla Camera del partito di maggioranza, che, nel proprio statuto, ritiene l’esperienza di Forza Italia, ovvero uno dei soggetti che hanno dato vita al PDL, come il punto di riferimento “dei riformisti laici”. Ma che cosa vuol dire concretamente essere riformista? Il termine riformismo, le cui radici risalgono all’opera di Alexandre Millerand, “Il socialismo riformista francese”, pubblicata nel 1903, è nato per riferirsi a una corrente del movimento socialista internazionale che rifiutava le strategie rivoluzionarie a favore di una modificazione dell'assetto socio-economico e della struttura dello Stato mediante una politica di riforme, utilizzando il metodo del confronto parlamentare, compresa l'assunzione di dirette responsabilità governative. Un esempio efficace del riformismo nostrano può essere la posizione assunta da Riccardo Lombardi nel settembre del 1945 circa la questione dello sblocco dei licenziamenti.
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La responsabilità sotto la dittatura |
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Rassegna -
Cultura
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Scritto da Hannah Arendt
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Lunedì 01 Febbraio 2010 19:01 |
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Proponiamo uno stralcio di uno scritto di Hannah Arendt, tratto da La responsabilità personale sotto la dittatura, sul tema delle responsabilità degli individui rispetto ai crimini commessi in periodo di dittatura, con riferimento a quella nazista.
"Non si tocca il punto della questione morale, in un caso come questo, semplicemente affibbiando a ciò che è successo la definizione di genocidio o contando a milioni le sue vittime: lo sterminio di interi popoli era già accaduto nell’antichità, ed è qualcosa che si è ripetuto anche in epoca moderna, con il processo di colonizzazione. Si tocca il punto solo quando si afferra che tutto ciò è accaduto nel quadro di un ordine legale e che la pietra angolare di questa “nuova legge” era il comando “Uccidi” – non il tuo nemico, ma gente innocente, che non era nemmeno potenzialmente pericolosa; e non per una cogente necessità, ma contravvenendo invece ogni considerazione di carattere militare o schiettamente utilitaristico. […]
Lasciate adesso che sollevi un paio di domande. Primo, in che modo si segnalarono quei pochi che, in ogni ambito professionale, non collaborarono e rifiutarono ogni compromissione con il regime, anche senza potersi ribellare apertamente? Secondo, se siamo d’accordo nel sostenere che quanti invece collaborarono, a qualunque livello e in ogni sfera di attività, non furono semplicemente dei mostri, che cosa li indusse a comportarsi nel modo in cui si comportarono? Su che basi morali, distinte da quelle legali, essi giustificarono la loro condotta dopo la sconfitta del regime e il crollo del “nuovo ordine”, con tutta la sua panoplia di nuovi valori?
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Abitare in container e case Ikea |
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Eventi
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Scritto da Denis Gervasoni
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Domenica 13 Dicembre 2009 17:20 |
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In Olanda e altri paesi del nord Europa è un pratica già utilizzata. Non si tratta di soluzioni di fortuna, né di nuovi modelli residenziali, ma di progetti ad alto contenuto sociale, pertanto da prendere seriamente in considerazione. A Milano la proposta è stata fatta a partire da un anno fa dall’associazione CantierIsola e da un gruppo di ricerca del dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano (www.temporiuso.altervista.org). Essa si basa su due presupposti fondamentali:
1) la presenza di estese aree dismesse in attesa di essere trasformate
2) l’esigenza di spazi per attività a contenuto sociale, dall’aggregazione giovanile, alla residenza per studenti, alla cultura e all’arte
A partire da queste premesse la proposta prevede la costituzione di progetti temporanei, attraverso la realizzazione di strutture a basso costo o mobili come i container, in collaborazione con le proprietà delle aree dismesse di Milano e provincia.
I benefici di progetti del genere sono abbastanza evidenti e vanno dal riqualificare – temporaneamente - aree non utilizzate o comunque utilizzate oggi in modo non convenzionale, al rispondere alla domanda di spazi per attività culturali giovanili, al rispondere ad una parte di domanda abitativa studentesca, in cerca di abitazioni a costo contenuto. I problemi però non mancano: occorre capire qual è la domanda e far incontrare domanda e offerta, operazione non di poco conto. Ma c’è un aspetto che a mio avviso va considerato: questi progetti devono sempre essere aggiuntivi e in nessun caso sostitutivi dei normali interventi di edilizia sociale, piuttosto che di servizi.
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La Milano di Carlo Rosselli |
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Rassegna -
Cultura
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Scritto da Nicola Del Corno
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Lunedì 16 Novembre 2009 18:59 |
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Negli ultimi tempi si discute sempre di più se Milano sia diventata oramai la tomba delle forze progressiste e riformista, ossia una terra ormai conquistata definitivamente alla pseudo cultura berlusconiana, o annientata dai tratti più beceri di un certo leghismo padano-centrico, o se sia possibile ancora volgerla a laboratorio per una riscossa delle idee e dei fatti che più ci stanno a cuore. Non credo inopportuno allora rivolgersi ad un grande del Novecento italiano quale fu Carlo Rosselli, romano di nascita e fiorentino di formazione. Rosselli passò qualche anno a Milano agli inizi degli anni venti, traendone un’immagine contraddittoria della città; insomma non raccapezzandosi del tutto fra le enormi potenzialità che essa poteva esprimere e alcune provinciali grettezze che ancora limitavano i suoi abitanti. Penso allora che rileggere alcune sue riflessioni possa tornarci utile; una sorta di bussola di orientamento per i prossimi anni e le prossime scadenze elettorali.
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Il pensiero di Allende, 36 anni dopo |
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Rassegna -
Cultura
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Scritto da Denis Gervasoni
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Lunedì 21 Settembre 2009 23:41 |
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Stralci del discorso di Salvador Allende all'Università di Guadalajara, Messico, Dicembre 1972
Anche riletti dopo 37 anni essi risultano sempre più attuali di quanto si pensi.
"Viva il Messico, viva il Cile e viva l'America latina unita! [...]Molti anni fa, non chiedetemi quanti, anch'io ero un giovane universitario, ma un giovane che non cercava soltanto un titolo di studio. Come dirigente degli studenti, fui espulso dalla mia università. Vorrei che però voi sappiate, che non esista nessuna querelle generazionale. Ci sono giovani vecchi e vecchi giovani, in questi ultimi io mi trovo.
Ci sono giovani vecchi che comprendono per esempio, che essere universitario è un privilegio straordinario per l'immensa maggioranza del nostro continente. Questi giovani vecchi, credono che l'università esista per soddisfare la necessità di preparare tecnici e che questi debbano ritenersi soddisfatti della mera acquisizione di un titolo professionale. Questo gli consente di avere un rango e una scalata sociale, carramba! Che strumento dramaticamente pericoloso, quello che da la possibilità di guadagnarsi la vita partendo da condizioni di superiorità rispetto alla maggioranza dei suoi concittadini!
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