Processo breve: diritto imprescindibile o amnistia invisibile? Racconto in presa quasi diretta.. PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessio Mazzucco   
Venerdì 14 Maggio 2010 16:23

Nella giornata di ieri si è tenuto un incontro in Bocconi sulla questione “processo breve” organizzato dall’organizzazione studentesca Lilliput (grazie!). Tra gli altri interveniva Piercamillo Davigo, ex del pool Mani Pulite, ora giudice della Corte Suprema di Cassazione. Ho preso alcuni appunti che vorrei condividere.

Il problema della lunghezza dei processi esiste ed è gravissimo. L’Italia ha ricevuto troppe condanne per la durata dei processi, ma invece di ridurne i tempi si è cercato una soluzione al problema dei risarcimenti attraverso la legge Pinto (2009), rivelatasi fallimentare e, anzi, controproducente. Nel nostro Paese si è arrivati ad un punto tale d’inefficienza che molti che avrebbero diritto a richiedere giustizia per fatti di qualunque portata preferiscono evitare il lungo ed estenuante percorso giudiziario.

Davigo ha innanzitutto chiarito che non è un problema di risorse. L’Italia spende quanto la Gran Bretagna, paese in cui nessuno si lamenta sul funzionamento della giustizia. Si tratta d’inefficienze d’altra natura, di carattere organizzativo e non. Un esempio? Sempre in Gran Bretagna ci sono 22000 giudice di pace che operano gratuitamente, considerando la posizione un onore personale; in Italia, gli stessi sono 10000, sono pagati, rientrano nella definizione di precari di quel mondo lavorativo con tutti i problemi di natura sindacale annessi (volontà di essere messi in regola e via dicendo). Utilizzando lo stesso paese di paragone, in Gran Bretagna si contano 300000 processi penali, in Italia 3000000; il problema è che i detenuti nel primo si aggirano intorno ai 100000, del secondo intorno ai 64000. Nel civile il problema è ancora più grave: in Italia ci sono più cause che in Spagna, Francia e Gran Bretagna messi assieme. Quale il motivo? Nei paesi anglosassoni, ad esempio, vi sono sanzioni punitive aggiunte per chi si comporta male durante il processo (allunga i tempi, blocca le procedure, …) che non sono collegate direttamente con il danno di cui si sta dibattendo. In più, all’estero è possibile elevare la pena in caso di appello, cosa in Italia impossibile (la condanna d’appello non può superare quella del primo grado). I risultati? Prendendo la Francia come esempio, il 40% chiede l’appello, in Italia la quasi totalità. In Italia ci sono 100000 ricorsi presso la Corte suprema di Cassazione all’anno, negli Stati Uniti 120 (centoventi!) e in Francia un migliaio; gli avvocati abilitati a difendere in Cassazione in Italia si aggirano intorno ai 44000, in Germania sono 44. Insomma, in Italia conviene impugnare, e non solo per questi motivi: sapevate che negli altri paesi la prescrizione non decorre da quando inizia il processo? L’idea è che non si può essere processati per qualcosa avvenuto troppo tempo prima, ma una volta che inizia il processo le questioni temporali perdono importanza.

 

Veniamo al nocciolo dell’incontro: il processo breve o, meglio, processo morto come Davigo ha esclamato con foga. E’ necessario riformare, questo è certo, ma non attraverso le ultime proposte. Invece di accorciare d’ufficio i tempi, non si può colpire chi resiste nel civile (diminuendo la possibilità d’impugnazione e appello ad esempio) o depenalizzare reati come la falsificazione dei biglietti ATM che allo Stato costa 3000 euro per le spese per l’avvocato d’ufficio in caso di processo? O magari tagliare il numero d’avvocati, troppi per un paese come il nostro (240000 contro i 40000 in Francia)? Magari evitare il tribunale per questioni di rilevanza minima, affidando queste a pacieri o giudici di pace secondo il principio latino De minimis non curat praetor? E via dicendo, le soluzioni sono assai numerose. Interessi, classe politica debole di fronte alla lobby degli avvocati? Probabile.

Vi sarebbero altri discorsi e questioni da scrivere, ma di seguito vorrei aggiungere solo una breve nota scaturita dalla mia domanda “quanto incidono, o hanno inciso, i messaggi politici degli ultimi anni sul rapporto tra i cittadini e la giustizia?”. Davigo mi ha risposto che il bombardamento mediatico continuo nei confronti delle presunte toghe rosse e giudici di parte non ha colpito la fiducia dei cittadini nella giustizia (circa il 42% dei cittadini ancora nutre fiducia, contro l’8% ai partiti, l’80% al Presidente della Repubblica per fare qualche paragone), ma ha causato una deriva nel rapporto con la giustizia. L’identità politica è divenuta, agli occhi dell’opinione pubblica, importante e influente nelle decisioni finali del giudice e questo, diceva Davigo, può avere conseguenze devastanti: dalla politica si potrebbe passare a distinzioni di religione, etnia per fare un esempio. L’indipendenza dei magistrati, ha aggiunto, è fondamentale e il loro reclutamento di natura neutrale è l’unico modo per garantirla.

Ricordiamoci degli ultimi tempi. Al Senato è passata la legge contro le intercettazioni e il dibattimento è aperto alla Camera (chi volesse informarsi o firmare contro la legge può andare sul sito www.nobavaglio.it), solo pochi mesi fa la Corte Costituzionale dichiarava incostituzionale il Lodo Alfano. Il discorso è sempre uguale: non dimentichiamo né lasciamo correre quanto accade attorno a noi.

 

Commenti  

 
#1 Giornale con i buchiFederica Digiorgio 2010-05-24 12:55
Ciao ! Vi segnalo il video per la raccolta firme, dal Master CommunicActive.
www.youtube.com/.../
L'informazione ci rende ciò che siamo!
Citazione
 

Aggiungi commento


Iscriviti alla newsletter

Compila i tuoi dati per iscriverti

Nome:

Email:

Scarica il logo Mileft

Scarica il logo di Mileft

Visite