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| Left me baby, prima parte |
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| Scritto da Giacomo Marossi |
| Venerdì 29 Gennaio 2010 01:23 |
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La notizia del giorno è che Chiamparino, sul Riformista, parla di crisi del PD. Meglio tardi che mai, ma comunque. Il problema è che questa crisi, come sempre è vista dal punto di vista partitico-elettorale: della serie sì all’autonomia o sì al nuovo Ulivo. Così la critica esterna al PD si concentra sull’unione cattolici-comunisti come male estremo, mentre quella interna batte ferro sui problemi di democraticità interna, di capacità di prendere posizioni unitarie e quindi su questioni “strutturali” del PD. Penso sinceramente che nonostante siano critiche fondate, queste critiche siano, per dirla con Di Pietro, un soffermarsi sul dito che indica la luna, invece di guardare la luna vera e propria (di Pietro l’avrebbe detta molto meglio…qualcosa tipo “nsommm n’è che se i ditt intica a lun allor i ditt e quell che va guardat tti ppiù, capit, insomm nun so se mi sò scpiecat”). Penso che il problema vero del PD, ma anche di tutte le altre formazioncine di contorno, che arrancano in zona Cesarini, sia il nodo sinistra vs modernità. Già, perché il problema sta proprio nell’abbandono forzato (ma per fortuna) di vecchi strumenti di analisi di un mondo che, meglio tardi che mai, un bel giorno si è capito non funzionavano più. Per il PSI c’è voluto Craxi, per il PCI la caduta del muro, ma diciamo che in data 1992 tutta la sinistra “classica” si ritrovava, per motivi diversi, senza strumenti politici, ma prima di tutto filosofici, adatti ad analizzare la realtà in cambiamento.
Può sembrare superfluo e semplificante, ma tutti noi, in qualsiasi cosa noi si faccia, anche la più banale come “chiedere quanto costa” una cosa in un negozio siamo “ideologicamente” orientati. Sarebbe meglio dire che abbiamo una pre-opinione (perché il termine ideologia rischia di creare dubbi poco utili) sulla cosa che vorremmo comprare e, dentro di noi, l’abbiamo già valutata un suo giusto prezzo attraverso vari criteri (peso, materiale, fattura, design, utilità, utilizzo futuro, ma anche “se la metto in salotto quella cosa trashissima i miei amici impazziscono”), sotto cui saremo felici di andare e sopra cui saremo in modo inversamente proporzionale sempre meno felici di andare fino al punto limite che ci porta, nel caso di un prezzo esagerato, ad uscire dal negozio con qualche battuta mitica del tipo “se lo tenga, è una porcheria” oppure “ma lei scherza, per quello straccio mi chiede *** euro che lo trovo più bello al mercato?”. Chiaramente queste affermazioni sono dovute alla nostra pre-opinione sul prezzo e sono in buona parte false perché, se così non fosse, se davvero considerassimo quella qual cosa una porcheria e non ne fossimo in realtà interessati, non ci saremmo mai fermati a chiederne il prezzo. La parte politica che chiamiamo abitualmente sinistra è in una situazione di palese incapacità di valutare che la porta a: - isteria di massa per cui ogni nuovo guru o guretto capace di dire tre parole di senso compiuto sembra il messia destinato a portare la verità. La sinistra, il PD in primis, non detta la linea ma se la fa dettare da Grillo, dal Popolo Viola, dalla Repubblica, da Vendola, dalla Serracchiani, e da qualsiasi oggetto-soggetto partorito dalla rete (anche questo atteggiamento verso internet è una sopravvalutazione fittizia, un non capire cosa si ha davanti ma sapere che è importante). Potremmo chiamare questa figura “casalinga inerme e del consulente bancario che le vende titoli Parmalat spacciati per miracolosi”. - incapacità di fare scelte. La conseguenza più grave è questa. Il “non solum, sed etiam” veltroniano non è una linea di corrente ma l’unica strategia politica possibile per un gruppo dirigente incapace di fare scelte. Nel momento di scegliere questo o quello, non essendoci i criteri condivisi (la capacità di valutare appunto) ci si spalma su considerazioni varie che portano sempre ad una non scelta, ad un procrastinare la scelta fino al momento di doverla fare in fretta e furia per forza in balia degli eventi (o dei grilli, per tornare al punto sopra). Potremmo chiamare questa figura “studente scansafatiche prima dell’esame che si ritrova, guarda caso, dopo una settimana di bagordi all’ultima sera in cui studia fino alle 3 di notte imbottito di red bull e caffè” - scollamento gravissimo tra partito e elettori, e peggio ancora, tra partito e militanti. I vertici non scelgono, le basi non fanno, e se fanno, fanno poco e male. Ma dio santo non sarà mica un caso se l’uomo comune, e non solo lui, ha fatto un mantra della frasetta “sinistra e destra non esistono più, sono tutti uguali”: fuori dal circuito Repubblica, facebook-twitter, direttivi e mica direttivi e, dulcis in fundo, “15 persone all’incontro il PD e la questione ladina”, il paese non sa minimamente cosa sia o cosa voglia questo benedetto PD. Chiameremo questa figura “a me della politica non mi interessa perché tanto sono tutti uguali e io c’ho di meglio da fare”. - virtualità del potere politico. Il potere politico resta fieramente arroccato ai suoi privilegi di nomine, contro nomine sia nel sottobosco rai-entilocali-sanità, che in quello, molto più divertente, di direzioni-direttivi-circoli ecc. Ma, per i motivi sopraelencati, questa è solo finzione. I giovani e vecchi uomini che fanno politica a sinistra perdono le notti su chi mettere “a quel posto di responsabile rapporti coi paesi della lega micronesiana” come se questo contasse ancora qualcosa, mentre dall’altra parte uno risolve il caso escort con un “non sono un santo agli italiani piaccio così” e, se non fosse per le pessime performances del Milan, volerebbe nei sondaggi peggio del volano della ripresa che non c’è. Dunque un potere virtuale incapace di agire servo di banche, gruppi industriali, sindacati, giornali, magistrati, patron di questo e di quell’appalto, mafiosi, opinionisti, opportunisti, guru da blog, comici ricchi e incazzati… Diceva bene Pillitteri, con tanta onestà intellettuale, intervistato da Piero Ricca “fanno benissimo i politici di oggi ad interessarsi alle banche (…) noi non lo facevamo perché non ci serviva, non serviva avere banche dietro ai partiti quando i partiti erano forti” grande verità. E quando uno dei magistrati, dei patron o dei giornali toglie il sostegno si finisce male: vedi Vendola, vedi Del Turco, vedi Prodi, vedi D’Alema (all’epoca delle primarie PD per Veltroni e della fantastica invenzione, vera chicca degli anni ’10, del “caso Roma” costatoci, si seppe dopo, circa 80 milioni di euro). Chiamiamo questa figura, troppo lunga cari venticinque lettori me ne scuso, figura “di Romolo Augustolo e di Odoacre”.
Il problema allora, sempre che possa risolversi, è da risolversi a monte. Non è con una nuova alleanza, con una nuova primaria, con una nuova qualsiasi cosa che si può arginare una frana ben più grande di quello che sta travolgendo. Bisogna ragionare, fuori dagli schemi, su quali siano le ragioni fondanti della sinistra di oggi. Quali valori, quali referenti, quale messaggio? Prima di congedare la “sinistra” come inadatta alla modernità bisognerebbe rifletterci: i problemi che sollevavamo li abbiamo risolti? La risposta è chiaramente no, o meglio non del tutto. Il fatto che non si parli più del problema dei poveracci che abitano in periferie che fanno schifo i cui figli portanno, se gli va bene, fare quello che facevano i padri come massima aspirazione vuol dire che la loro condizione è migliorata? Dubito molto. La questione delle uguali opportunità nell’accesso alle posizioni di rilievo nella gerarchia sociale del paese (elettive e non) si è sbloccato? Se va bene stiamo peggiorando. E’ questo il dato su cui bisogna riflettere: il centrosinistra è sempre più spostato verso una rappresentanza di un’identità sociale che è quella della classe media, medio bassa: l’insegnante, il dipendente pubblico, il professore universitario…paradossalmente identità sociali che non hanno una spinta al cambiamento e che non necessitano di un sostanziale cambiamento, ma che, se adeguatamente spinte da una linea politica di rottura, ne sarebbero volentieri promotrici. Ma gli esclusi? Quelli che hanno bisogno, perché gli è imposta (e magari se la sono anche imposta da soli, a modo loro) la condizione di bisogno, di incapacità di agire? Questa identità sociale non solo esiste oggi più che mai (e non sono solo gli immigrati) ma soffre di una compressione che ci fa tornare indietro di 30 anni; una chiusura delle barriere tra la società che può e loro, che non possono, è oggi il più grande problema democratico di questo paese. Ma una sinistra che non è in grado di parlare con loro, non è in grado di dirgli “guarda io voglio solamente fare in modo che tuo figlio, se lo vorrà, portà diventare primo ministro”, che sinistra è? Questo non vuol dire fare scelte retrò alla Ferrero e appellarsi alla matrice identitaria in nome di una sinistra che, per fortuna, non c’è più. Ma vuol dire capire che gli errori del passato vanno ponderati con serenità e sfruttati per migliorarsi: non rimossi! Non nascosti sotto il tappeto in attesa di nuove occasioni di ricommetterli. Oggi, tolte le vecchie patine, ci si comporta esattamente come allora: promesse non mantenute, doppia verità tra le esternazioni rivoluzionarie e le condotte di governo men che discutibili. Forse è venuto il momento di fermarci, sederci con calma a pensare e dire le cose come stanno. È così che si diventa veramente riformisti, nel capire che la dicotomia rivoluzione-riformismo non esiste, che il riformismo ha qualcosa di rivoluzionario in se stesso e che deve averlo. Capire che il riformismo non è un dolce far nulla in cui di volta in volta vedremo quale stronzata mettere nelle elezioni. Riformismo di sinistra è dire “la società che vogliamo è questa” e fare di tutto per raggiungerla. È inutile discutere di riforme senza avere in mente l’obiettivo. È inutile discutere di tattiche se non si ha uno straccio di strategia in testa. Questo solo dovrebbe dire la sinistra per tornare attuale “voglio cambiare la nostra società”, perché, come dice Sorel, “ogni uomo per insorgere, ha bisogno di un grande sogno”…l’ha capito persino Obama. |






